venerdì 30 gennaio 2015

Energia in movimento




Conversazione con Anna Illario, 
insegnante di Tai Chi



Come mai insegni Tai Chi?

Lo insegno per caso! Non mi sono sentita mai troppo portata per l’insegnamento, però ho un’amica entusiasta che voleva fare questo corso chiamando amici per farlo insieme… Ho iniziato con lei, scoprendo in primo luogo che la cosa aiutava molto me stessa, dandomi più sicurezza; e in secondo luogo che mi piaceva vedere la gente crescere, cambiare. Gli allievi mi danno un grosso stimolo a continuare, a migliorarmi.

È tanto tempo che lo pratichi? E come ci sei arrivata?

Grazie a un amico di mio fratello. Un giorno venne a trovarci e ci mostrò il Tai Chi. Io rimasi folgorata, e dissi: sì, ecco cosa voglio fare! Avevo provato lo yoga, l'aikido, ma quel giorno scoprii che il Tai Chi era la mia strada. È una disciplina lenta, tranquilla, che ho sentito subito essere adatta a me. Ho iniziato un corso e mi è piaciuto talmente tanto che lo faccio da 20 anni.

E in questi vent’anni hai capito in cosa consisteva quella folgorazione?

Sì. Mi aveva folgorato il fatto che fosse un’arte marziale, ma non necessariamente di combattimento. Questi movimenti lenti, continui, mi piacevano come se in qualche modo li avessi già visti, vissuti. Allora non sapevo nemmeno che il Tai Chi facesse parte del Kung Fu. Il Kung Fu per me erano i telefilm con David Carradine, che mi piacevano tantissimo, sia per la loro parte filosofica sia per come si muoveva lui.

Se è un’arte marziale, dov’è l’avversario?

È immaginario. Il Tai Chi è composto da una sequenza di movimenti, uno di attacco uno di difesa, alternati e collegati tra loro. Dopo che fai tutti e quattro i Lu (le quattro parti del Tai Chi dei 108 movimenti), dopo aver studiato Shaolin (che è la vera e propria parte marziale), puoi fare l’applicazione, che ha delle mosse molto simili a quelle che fai nel Tai Chi, anche se non proprio uguali.

È comunque una forma di meditazione?

Sì, una forma di meditazione in movimento.

Spesso si vedono persone fare Tai Chi all’aria aperta. Qual è la motivazione, al di là del fatto di avere più spazio a disposizione?

Si fa perché il Tai Chi è una pratica taoista. C’è questo collegamento tra la terra e il cielo che scopri mano a mano che lo fai, cominciando a sentire le energie che scorrono, per cui se lo fai all’aperto dopo un po’ di tempo le avverti più che non facendolo al chiuso. Il fatto di poter spaziare con lo sguardo in più ti aiuta perché nel Tai Chi lo sguardo deve essere sempre all’orizzonte, mai troppo in alto o troppo in basso, e al chiuso non viene così spontaneo. All’aperto invece guardare l’orizzonte ti viene più normale.

Ma è necessario conoscere il taoismo per fare Tai Chi?

Assolutamente no. Se è una cosa che ti interessa puoi approfondirla per conto tuo. Ma lo senti che è taoista, perché sia nella preparazione che nella pratica è tutta una ricerca dell’equilibrio tra la parte destra e la sinistra, tra la parte superiore e quella inferiore del corpo. Lo senti in te: parti che sei sbilanciato, e via via senti di avere un centro e di avere bisogno della coordinazione tra le varie parti per potere eseguire bene i movimenti.

Dunque perché fare Tai Chi?

La cosa bella del Tai Chi è che puoi farlo per tutta la vita. Più lo fai più il tuo corpo resta elastico, se hai problemi alla schiena facendolo migliorano… in Cina il Tai Chi è considerato una fisioterapia. Spesso si vedono immagini di persone anche anziane che lo fanno nei parchi. Ci sono le “cinque porte” che invecchiando rischiano di chiudersi, che sono i polsi, le caviglie, il collo, le spalle, e la vita. Il Tai Chi è proprio studiato per mantenere queste porte aperte, impedire che la loro chiusura provochi malanni, restare in salute. Oltretutto il mio maestro di Milano lo insegnava anche a persone bloccate dalla vita ingiù: è possibile farlo con la parte superiore del corpo e immaginando i movimenti della parte inferiore. La mente può influire anche sugli arti che non muovi.

È importante l’intenzione, anche quando non puoi compiere fisicamente il gesto.

Sì. Il mio maestro cinese non faceva ginnastica preparatoria, quella che invece noi facciamo sempre. Stava dritto, immobile, e la faceva pensandola: si immaginava farlo, poi partiva direttamente a fare lo Shaolin, le spade, i bastoni… e aveva 80 anni! Aveva quindi questa grande capacità di collegare mente e corpo, cosa che per ottenerla di solito ci vuole un po’ di tempo… ma che è possibile.

Parallelo alla riga # 13

            Parte del nostro esistere ha sede
            nelle anime di chi ci accosta.



Primo Levi, Se questo è un uomo

sabato 3 gennaio 2015

Anno nuovo, vita nuova


Ovvero, cosa fare con la lavatrice guasta invece di buttarla dalla finestra l'ultimo giorno dell'anno!



Avete buttato le vostre vecchie cose, come vuole la tradizione? E tra queste c'erano anche degli elettrodomestici? Che so, lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, o magari lettori mp3, cellulari, ferri da stiro? Se l'avete fatto sappiate che la tradizione qui c'entra ben poco. Perché la maggior parte degli apparecchi elettrici ed elettronici che avete in casapuò essere stata sapientemente programmata per non superare una certa durata di vita. E la cosa non risale a ieri.

 
L'idea dell'obsolescenza programmata risale infatti al lontano 1932 quando un americano di nome Bernard London conia questo termine suggerendolo come antidoto alla Grande Depressione. L'idea non è nuova: già nell'antivigilia di Natale del 1924 i maggiori produttori di lampadine elettriche del mondo si erano riuniti in gran segreto per accordarsi sulla durata media di vita delle lampadine. Nel giro di vent'anni questa scese da 2500 a 1000 ore, costringendo così i consumatori all'acquisto periodico di nuovo materiale per sostituire quello usurato (la lentezza di questa trasformazione è perfidamente saggia: chi si accorge in un arco di tempo così vasto di quanto duri una lampadina?). Ma come ogni realtà ha bisogno di un teorico per essere divulgata, ecco che il libro in cui London espone le sue idee diventa una sorta di Bibbia per i trust del nuovo mondo. Da lì il verbo si diffonderà a macchia d'olio diventando una realtà su scala mondiale.

A proposito di lampadine, ma è proprio vero che possano durare così poco? A sentire i pompieri di Livermore, California, la cosa non sta in piedi. Tanto che essi festeggiano in questi giorni i 113 anni di vita della loro piccola lampadina a incandescenza da 4 watt, che brilla ininterrottamente dal lontano 1901. Vedere per credere: www.centennialbulb.org

È esperienza comune la rottura di un prodotto pochi mesi dopo la fine della garanzia, o l'essere costretti a comprare un oggetto perché il costo dei pezzi di ricambio supera di gran lungo quello del nuovo. Da un certo punto di vista è anche comprensibile: quale futuro avrebbero gli operai di una fabbrica di lavatrici che fossero così bravi da costruire prodotti che durano cent'anni? L'obsolescenza programmata aiuta senz'altro il circolo dei consumi e il mercato del lavoro, nonché l'accaparramento di capitali dei magnati d'industria. Ma è proprio così che devono andare le cose?

Le motivazioni per cui un prodotto diventa obsoleto possono anche essere ricercate nello sviluppo ossessivo di certi modelli, che diventano “vecchi” dopo appena qualche mese di vita: il caso dei telefoni cellulari è emblematico, ma in generale questo è ciò a cui siamo stati abituati nei confronti di qualsiasi prodotto elettronico, che viene costantemente aggiornato, implementato da nuove funzioni, rendendo superato il modello precedente, che pure assolveva egregiamente ai suoi compiti.
Ma a proposito della vera e propria strategia di mercato dell'obsolescenza programmata, su internet si trova un interessante documentario: Comprar, tirar, comprar – La historia segreta de la obsolescencia programada, della regista spagnola Cosima Dannoritzer.


È la storia di un ragazzo alle prese con una stampante non funzionante: come è capitato a ognuno di noi, diversi centri d'assistenza gli consigliano di acquistarne una nuova, cosa più conveniente rispetto a una riparazione. Ma la sorpresa è che basta scaricare un software, anche se non di immediata reperibilità, per far resuscitare la stampante ed evitare un nuovo esborso. Come è possibile? Perché l'apparecchio è dotato di un chip programmato per interromperne il funzionamento dopo un determinato numero di stampe. Questo genere di pratiche è stato condannato a norma di legge in alcuni paesi – come la Francia – dove esistono pene severe in caso di dimostrato comportamento scorretto da parte delle aziende produttrici. In Italia il progetto di legge esiste ma, come per tante altre cose, per ora rimane soltanto un progetto. E non è superfluo osservare come questo atteggiamento sia così diffuso, tanto che un gigante del mercato come la Apple ha subito una multa milionaria per aver venduto Ipod le cui batterie al litio (insostituibili) erano programmate per durare dagli otto ai dodici mesi.

Si può fare diversamente? Certo che sì. Innanzitutto modificando un paradigma culturale e adottando un semplice concetto che si chiama decrescita. A tal proposito può essere utile la lettura dell'interessante Usa e getta di Serge Latouche, vero e proprio manuale per una decrecita felice.


Oppure affidarsi a qualche sito (ce ne sono parecchi) che insegna a effettuare le piccole riparazioni che un qualsiasi centro di assistenza sconsiglia suggerendo invece l'acquisto di un nuovo prodotto.


Oppure ancora affidarsi a una nuova pratica che piano piano comincia a diffondersi: ovvero, esattamente come succede con il bike sharing e il car sharing, l'Home Appliances Sharing, e cioè la condivisione degli elettrodomestici con i propri vicini di casa. Una pratica virtuosa che riduce l'utilizzo indiscriminato di materie prime, l'inquinamento, nonché di subire i rischi dell'obsolescenza programmata. In pratica, si paga all'azienda produttrice un canone per l'utilizzo degli apparecchi; l'azienda, da parte sua, si impegna a garantire il funzionamento dei prodotti venduti e la loro sostituzione in caso di guasto. Come a dire, conviene a tutti che i prodotti funzionino il più a lungo possibile! Su questo argomento si può trovare un interessante articolo sul sito di Focus, al link:


Insomma, se la cosa ha suscitato la vostra curiosità, c'è solo da sbizzarrirsi. E se vi si rompe qualcosa, datele un'occhiata prima di buttarla: magari si merita una seconda possibilità.

Parallelo alla riga # 12

“Diventerò pazza”, disse Pinky: “Mi sento come un fuoco d'artificio acceso da un fiammifero”. “Se si accende un fuoco d'artificio” disse Sampath, “esploderà, che ti piaccia o no. A meno di non gettarlo in un secchio d'acqua. E allora, è un fuoco d'artificio sprecato”.


Kiran Desai, La mia nuova vita sugli alberi

martedì 2 dicembre 2014

La carta delle stelle



Conversazione con Pinuccia Spiezia, esperta di Astrologia Energetica e Tarologia.



Come sei giunta all'Astrologia energetica?

Ci sono arrivata perché sia l'Astrologia che la Tarologia sono materie che mi hanno appassionato fin da ragazzina, perché tutto quello che è misterioso e nascosto mi ha sempre attirato. E quindi dopo un lungo cammino di ricerca – bisogna anche trovare l'insegnante maggiormente in grado di trasmettere le informazioni corrette per te – ho iniziato una prima scuola che mi ha portato ad approfondire poi con altri insegnanti questa materia, che trovo sia veramente fantastica. Più mi ci addentro, più faccio temi natali, più mi accorgo che è una materia completa a 360°.

Che cos'è, in due parole, il tema natale?

Il tema natale è la fotografia che ci viene fatta al momento della nostra nascita. I pianeti seguono la loro orbita, e logicamente sono sempre in movimento: ma sapendo il luogo, la data, e l'ora della nascita (che dev'essere quanto più possibile precisa) si fa questa sorta di istantanea. Nello Zodiaco che è un cerchio di 360° diviso in 12 spicchi di 30° ciascuno noi cominciamo già a delineare il segno solare – quindi quello che ci dice che siamo del Leone piuttosto che dell'Ariete – e l'ascendente, disponendo i pianeti secondo la loro orbita. In base alla posizione che questi prenderanno cominceranno a delinearsi degli aspetti – trigoni, congiunzioni, quadrati e opposizioni – che ci diranno le modalità con le quali questa persona approccerà la vita, si muoverà nell'ambito affettivo, nella comunicazione, nel lavoro, quali saranno le sue aspirazioni, quali potenzialità avrà (espresse o di cui ancora non si rende conto, che sono ancora inconsce ma che potrà sviluppare) e anche quali sono i blocchi che ci impediscono di realizzare quello che è meglio per il nostro benessere interiore.

Rispetto all'astrologia popolarmente intesa come si pone l'astrologia energetica? Dicevi prima scherzando “io non sono Paolo Fox”; quindi non fai oroscopi?

Gli oroscopi no. Anche lo stesso Paolo Fox, che trovo simpaticissimo per come fa show, ha cominciato da qualche anno a questa parte a parlare di energie. Perché comunque dire che quest'anno il Leone sarà il segno fortunato dell'anno perché ha Giove sul suo Sole... sì, sicuramente Giove che è espansione, fiducia, potere, successo, lo accenderà un pochino di più. Ma se quel Sole in Leone è particolarmente leso nel tema natale va da sé che non potrà. Magari ci saranno Acquari che saranno molto più fortunati di tanti Leoni, come Bilance, Tori, ecc. Tutto va visto dentro il tema. Ma l'astrologia energetica ci parla proprio di personalità, di potenzialità, di doni, e quindi non è: sei nato con questo quadrato perciò sei così, ti succederà questo... L'astrologia, se vuoi fare un tuo percorso, ti può aiutare ad esprimere al meglio quelli che sono i tuoi potenziali inespressi, o comunque a dissolvere i nodi che bloccano la tua crescita.

Quindi l'astrologia energetica si rivolge sempre a degli individui, non a delle classi di persone.

Esattamente. Anche perché ogni tre/quattro minuti cambiano le case in astrologia. Prendiamo l'esempio di due gemelli: perché due gemelli possono sembrare assolutamente differenti? Uno, perché ognuno di noi nasce con delle aspettative; secondo, perché è valido il nostro percepito. Due gemelli identici, nutriti nella stessa maniera perché la mamma dispone un seno per entrambi quando è ora di accudirli, coccolati alla stessa maniera, ai quali si parla nella stessa maniera, potranno essere diversissimi. A seconda del proprio Mercurio ognuno dei due percepirà determinate sensazioni, cambiando aspettative e percezioni che hanno di quello che li circonda.

E la Tarologia come si inserisce in questo percorso?

Io ho studiato i Tarocchi di Jodorowski, che va a prendere proprio l'aspetto psicologico, profondo della natura delle carte, e li associo molto all'astrologia. Si tratta di un'energia più immediata. Io faccio un tema natale, poi tiro su due carte, perché magari c'è una situazione specifica del momento che può essere data da un transito veloce (Marte o Venere che disturbano), … quando la persona che mischia le carte le tira su, estrae la propria energia di quel momento, e il riscontro è più immediato. L'energia dei tarocchi è così. Poi se la paragono al tema natale, ci si trova sempre un'analogia. E anche questo aiuta la crescita personale perché anche qui, a seconda delle carte che si tirano su, molto spesso si vedono meglio i blocchi, quello che in quel reale momento interferisce con il proprio progetto.

Sono quindi due approcci complementari?

Assolutamente sì. Il tema natale come fotografia ti racconta quella che è la tua personalità, se vogliamo la tua vita: come la indirizzi, come la orienti, come ti muovi. I transiti sono lo strumento che ci aiuta ad evolverci in questa fotografia. Il tema natale non è statico. Lo è la fotografia scattata al momento della nostra nascita, ma siccome i pianeti riprendono il loro cammino, tutto quello che si viene a delineare fuori dal nostro tema natale andrà a formare ulteriori aspetti sul nostro tema natale. A volte daranno anche fastidio, ma poi se rimangono a solleticare un aspetto distonico, non fluido del tema natale, vuol dire che non sono così perché ce l'hanno con noi, ma perché ci stanno dando un tempo anche medio/lungo in maniera tale che noi si possa effettivamente elevarci.

Sono strumenti coi quali si può intervenire sui blocchi?

Il compito dell'astrologo è quello di decodificare insieme al cliente quello che è il suo tema natale; con l'astrologia si possono individuare le cause dei blocchi – molto spesso sono le emozioni a farla da padrona – e a seconda dei pianeti coinvolti si può riconoscere qual è il problema. Il cliente ci arriva da solo perché leggendogli la sua fotografia si può riconoscere o meno in certe dinamiche. E a seconda di quello che emerge la persona può scegliere poi un coach, un terapeuta classico, può fare yoga, arti marziali... l'importante è prendere consapevolezza, esprimere il proprio potere personale, prendere in mano le redini della propria vita. La persona deve attingere a quello che è per poter decidere dove andare.

Ci sono anche indicazioni su vite passate?

Io non mi sono ancora interessata di astrologia karmika. Ma in ogni caso nel tema natale c'è il nodo karmico, generalmente posizionato in un determinato ambito della nostra vita. Insieme al progetto solare, che è quello che fa sì che noi ci si possa esprimere al meglio in questa vita, c'è questo nodo karmico che ci dice: in questo ambito qui devi mettere a posto. E devi proprio! Innanzitutto perché è un ambito in cui magari vivi male, e le persone se ne rendono conto. Tanto per fare un esempio, se si ha un nodo karmico in 12° che è la casa del diverso, dello straordinario, della malattia, della solitudine, del trascendente, vuol dire che in questa vita ci sarà sicuramente qualcosa che disturba. Spesso ho trovato persone con delle malattie: e ciò significa che essi devono in questa vita riuscire a rapportarsi e evolversi attraverso la malattia. Se quindi riesci a “snodare” questo nodo sicuramente non te lo porterai nella prossima vita, e nemmeno lo lascerai in eredità ai figli che ognuno di noi può generare.
Ma vorrei sottolineare che noi viviamo qua e adesso, e questo è l'importante.

Mentre popolarmente l'astrologia è riferita al futuro, scopro adesso che si rivolge essenzialmente al presente!

Assolutamente sì!

Quindi non posso chiederti come sarà il 2015...

No... Posso dire però che nel contesto universale vivremo ancora questo momento di stasi, di turbamento, di difficoltà, perché abbiamo un Plutone in Capricorno che vorrebbe andare nel profondo e sradicare, togliere questo vecchio, questo sommerso – e Urano che vorrebbe tranciare tutto di netto. Questa quadratura con Urano nell'Ariete (quindi un segno di fuoco molto veloce, molto attivo, che combatte) in cui l'energia fa fatica a trovare uno sbocco, purtroppo ce la porteremo fino a un pezzo del 2015.

Poi però possiamo essere ottimisti?

Ottimisti dovremmo esserlo sempre!
Parallelo alla riga # 11


Life remains a blessing
   Although you cannot bless
 
 
 
W. H. Auden, As I walked out one evening 

martedì 4 novembre 2014


La forza tranquilla


Conversazione con Maria Viglione, insegnante di Qi Gong









Come sei arrivata al Qi Gong?

Al Qi Gong sono arrivata quando frequentavo la scuola di shiatzu. Erano degli esercizi che ci proponevano perché il Qi Gong fa parte della Medicina Tradizionale Cinese, insieme all'agopuntura, all'erboristeria e al massaggio TuiNa: e lo Shiatzu trae origine dalla Medicina Tradizionale Cinese. Per alcuni concetti come i cinque movimenti era importante fare riferimento al Qi Gong, attraverso cui era possibile comprenderli meglio.

E quindi oltre allo Shiatzu, lì hai cominciato a dedicarti anche ad altro.

Diciamo che attraverso quelle brevi esperienze, che dovevano essere limitate nel tempo, mi è nata invece la passione. Lo Shiatzu è composto di trattamenti tra operatore e ricevente, perciò implica la presenza di due persone; mentre la pratica del Qi Gong può essere fatta anche individualmente. Dal momento in cui ho sperimentato l'efficacia di questa pratica l'ho fatta mia e ho cominciato a praticare anche da sola. Mi sono appassionata sempre di più alla Medicina Tradizionale Cinese e ho cercato dei corsi per approfondire l'argomento.

Qual è il concetto di energia sotteso al Qi Gong? Suppongo che sia un po' diverso da quello occidentale...

Innanzitutto bisogna dire che “energia” è una traduzione della parola Qi (cinese) o Ki (giapponese), ma nella Medicina Tradizionale Cinese il concetto è molto più complesso. Ci sono tanti tipi di energia: i tre principali sono legati all'energia ancestrale, ovvero anteriore alla nascita – quella che ereditiamo dai genitori; poi c'è quella postnatale, ovvero quella che una volta nati respiriamo nell'aria e che traiamo dal cibo, dagli alimenti; la terza è quella che, una volta lavorata, circola nel corpo, e che non potrebbe esserci senza la nascita, la respirazione e la nutrizione.
È un'energia sottile che attraverso l'allenamento e la pratica si arriva a percepire.

Quando lavori con il Qi Gong lavori su tutti questi tipi di energia?

Esatto. Nel Qi Gong si lavora col movimento del corpo, e il movimento fa sì che si percepisca l'energia che scorre all'interno dei canali energetici. Ma si lavora anche per fortificare e mantenere il più possibile, senza sprecarla, quella famosa energia che si radica al momento del concepimento. La si può visualizzare in un punto preciso del nostro corpo, nell'addome, tra l'ombelico e il pube, che per i cinesi si chiama Dāntián; un centro energetico della grandezza di un tuorlo d'uovo. Dal momento del concepimento e del radicamento di quest'energia nell'individuo lo si può sempre visualizzare.
Qi Gong letteralmente vuol dire “lavoro sull'energia”, “coltivare l'energia”; questa energia che noi ereditiamo non può essere aumentata, anzi si consuma nell'arco della vita, e bisogna cercare di consumarne il meno possibile se la si vuole mantenere a lungo. Questo lo si fa con una buona alimentazione, un sano stile di vita, e un buon movimento.

Ed è per questo che nel tuo insegnamento figurano i “12 tesori taoisti: esercizi per la salute e la longevità”?

Nel Qi Gong ci sono tantissime frequenze che lavorano su un'energia piuttosto che su un'altra. Nei 12 tesori si lavora principalmente su quella dei reni, appunto perché i reni rappresentano tra le altre cose la capacità di procreazione. Queste tecniche erano mantenute segrete perché utilizzate soltanto dalle famiglie imperiali. All'interno delle famiglie imperiali erano consuetudine i matrimoni tra consanguinei: e però è risaputo che ciò comporta un indebolimento genetico. Per mantenere rinforzata la costituzione degli eredi venivano praticati questi esercizi, con lo scopo appunto di forzare la genetica.

Il Dāntián che hai citato prima appartiene ad uno schematismo simile a quello dei Chakra? Ci sono delle affinità con la fisiologia induista?

Non mi sono mai dedicata finora al fatto che ci possano essere delle corrispondenze o meno, ma direi di sì. Perché oltre al Dāntián (che significa “campo di cinabro”) collocato nell'addome, ci sono altri due centri energetici: il Dāntián mediano, che è quello posto nello sterno all'altezza dei capezzoli, e il Dāntián superiore, che è posto tra le sopracciglia. Di conseguenza, è molto probabile che questi tre centri abbiano delle corrispondenze con i Chakra della filosofia yogica.

Quando parlo del Qi Gong, la domanda che mi sento più spesso fare è: “ma è simile al Tai Chi”?

In effetti è simile, solo che è molto meno conosciuto. Sono pratiche che fanno parte della famiglia delle arti marziali, la differenza sta nel fatto che mentre le altre arti marziali (Tai Chi compreso) hanno sempre come obiettivo uno o più avversari esterni – sia che si tratti di pratiche di attacco o di difesa – nel Qi Gong l'avversario è interno. Noi diciamo “invisibile”: e questo è avversario è rappresentato dai nostri blocchi, dalle nostre difficoltà muscolari, dalle paure che ci portiamo dietro.

Perché dunque fare Qi Gong?

Per provare un modo diverso di conoscenza del proprio corpo. Per l'armonizzazione del nostro respiro, del nostro cuore. Per lo scioglimento dell'apparato muscolo-scheletrico. E per averne esperienza.
Dopo averlo provato si scoprono delle cose nuove, anzi, ci si riscopre. Noi abbiamo già tutto, e il nostro corpo ha grandi possibilità. Tutte le pratiche vanno bene. L'importante è che tutti trovino un modo per riscoprire le potenzialità che abbiamo, ma che spesso utilizziamo poco.