martedì 2 settembre 2014

Parallelo alla riga # 8



       Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi.


             J.R.R. Tolkien, Il ritorno del Re

giovedì 31 luglio 2014

Essere Vento nel Vento


Conversazione con Giovanni Rossin, ricercatore spirituale.





Qual è il tuo percorso di ricercatore spirituale?

Sin da bambino ero affascinato dal mistero; prima di tutto dal mistero che portavano le religioni, in particolare dal cristianesimo da cui ero stato influenzato. Però c'era qualcosa che non mi soddisfaceva, mi dava una sensazione come di qualcosa di perso, di incompleto. E poi mi ha sempre affascinato il misterioso, l'avventura.
Questa mia peculiarità è esplosa intorno ai vent'anni. La prima relazione andata a male ha messo in discussione tutto quello che mi circondava, e da lì ho cominciato a voler capire cos'è che determinava la mia vita. Ho cominciato a leggere dei libri, in particolare sono grato a Voglia di bene di Morgan Scott Peck, che mi ha dato la possibilità di comprendere meglio l'interpretazione dei sogni di Freud. E questo mi ha dato un po' più di disciplina per andare a scoprire tutto il resto. Ho cominciato a interessarmi dell'aura, ad esempio. Inizialmente c'è stato uno studio teorico, comprando libri, cercandoli in biblioteca, come Le vite precedenti di Emanuela Pompas, o Una sedia per l'anima di Gary Zukav. Però c'era sempre qualcosa che mi bruciava dentro, nello stomaco, e mi spingeva ad avventurarmi e a sperimentare. Lo sciamanesimo... Ecco, io diciamo che sono effettivamente uno sciamano nel vero senso della parola: lo sciamano è il curioso, colui che vuole scoprire, addentrarsi, a cui non basta il mondo ordinario, e si rende conto che il mondo è molto più complesso e variegato di quello che ci hanno trasmesso attraverso l'educazione.

Diciamo che le religioni sono state lo spunto per andare molto più in profondità?

Sì, la religione mi faceva sentire incatenato: io sentivo una reminiscenza, un ricordo che forse tutti noi abbiamo, e che mi spingeva a ricercare, a scoprire, ad amare tutto quello che abbiamo intorno. La prima cosa che ho affrontato un po' sperimentalmente è stato l'incontro con i discepoli di Osho, la sua filosofia unita alla filosofia di Frank Natale, che guardava proprio allo sciamanesimo. Avevo partecipato a una caccia all'anima, ed è stata la prima bellissima esperienza in questo campo. Già di mio avevo avuto alcune esperienze di “uscire fuori dal corpo”, ma essendo da solo mi ero anche un po' spaventato. In quell'occasione invece, attraverso i tamburi sciamanici, in posizione completamente rilassata al terreno, ho avuto la sensazione di essere sollevato da terra, e di avere la testa rivolta dalla parte dei piedi. Era sì insolito, ma non mi sono spaventato, per quanto fosse una situazione straordinaria, non convenzionale. Questo mi ha spinto poi ad approfondire. Ho fatto il corso di massaggi chiamato “La via della Luna”, in cui l'insegnante, che aveva fatto esperienza con Osho, aveva unito la tecnica di massaggio svedese, l'impastamento e il cranio-sacrale che insegnavano anche a Pune. Il secondo livello era intitolato “La danza delle mani”. Mi riconosco nell'espressione per cui il massaggio è 10% tecnica e 90% amore, ovvero intuizione, entrare in sintonia, relazionarsi con l'altra persona e riuscire a dargli un aiuto, dialogare con la sua anima in modo che questa possa riprendere spunto e forza da se stessa.
Mi sembrava di aver trovato finalmente le risposte, come spesso capita a chi intraprende il viaggio della conoscenza. All'inizio ti senti un po' “dio” e vuoi catechizzare tutti, salvo poi rimanere addolorato dalle reazioni altrui non sempre positive... All'inizio c'è spesso uno sfasamento... fin quando prendi queste cose in un modo molto più saggio, sai che stai facendo la tua strada, che stai scoprendo delle cose, e che altri lo stanno facendo in un altro modo – chi più chi meno velocemente – e questo non fa differenza, perché tutti stiamo andando “lì”, comunque.
Ho intrapreso varie tecniche prese da Osho, tra cui la Kundalini e la meditazione dinamica (mi ci sono voluti dieci, quindici anni, per capire come il Maestro aveva creato questa meditazione!). In questa via iniziatica ho affrontato la trance-dance, l'interpretazione del fantasma, la vista delle vite precedenti, i riti di passaggio. Questi ultimi, ad esempio, sono ancora presenti nelle culture dei popoli naturali: si attraversano delle fasi, e ogni fase fa sì che tu passi a uno stadio di maturazione successivo. Dopo ho conosciuto altre tecniche che derivano sempre dalla cultura indiana, dall'oriente: il Rebirthing, quelle dell'istituto per il non-conosciuto di Baba Bedi, la filosofia acquariana...
Non sempre questa ricerca va come vorresti. A volte le persone che approcci ti danno della conoscenza, ma non hanno l'intento puro, sacro, quello di trasmetterla senza averne un vantaggio personale. E creano con te una relazione di dipendenza, che secondo me è il più grosso peccato che un essere umano possa compiere nei confronti di un altro, perché gioca sulla richiesta di conoscenza di una persona, o di tirarsi fuori dalle sue problematiche, dai suoi guai. Ed è anche il rischio che ha chi vuole essere Maestro: in realtà il vero Maestro, lo Sciamano, si esclude, è solo colui che trasmette l'esperienza e fa sì che gli altri possano godere delle stesse cose.
Inoltre, sono sempre stato affascinato dallo Yoga, dal Tantrismo, e dalla ricerca di una radice comune. Sentivo che Sciamanesimo, Tantrismo, Taoismo, Buddhismo in realtà arrivavano tutti da qualcosa di comune, anche se io non riuscivo a identificarlo. Avevo la sensazione che questa cosa fosse andata persa nella notte dei tempi.

E l'hai trovata o sei ancora in ricerca?

Ad oggi l'ho finalmente trovata. Dopo 22 anni...

E qual è?

La vecchia cultura è contenuta nei popoli naturali, quelli che si sono mantenuti più vicini alle tradizioni. In questi popoli c'è la tradizione di una “venuta”, di una conoscenza arrivata forse da un altro luogo dell'universo, da qualche dio, e questa conoscenza trasmessaci è stata mantenuta nei riti. Perciò ci sono riti simili in luoghi diversissimi del mondo. Ma spesso popoli naturali come gli Apache o gli Aborigeni non trasmettono che una pseudoconoscenza agli occidentali, proprio perché sanno che questi ultimi non hanno la possibilità di comprenderla appieno o di utilizzarla al meglio.
Lo scoprire che qui in Europa, nel nord Italia, in Francia e in Spagna la cultura celtica si è in qualche modo mantenuta, perciò anche noi abbiamo una cultura da cui attingere le nostre radici, questa è una cosa che mi ha sorpreso: ed oggi mi sta dando moltissime chiavi di lettura, per capire quale fosse questa cultura presente in tutto il mondo: e sto parlando della cultura del megalitismo. I popoli naturali l'hanno ancora nelle loro tradizioni, ne hanno il ricordo. E questo ci da la chiave per capire antiche tecniche come lo Yoga, o come possiamo essere “guaritori”, come funziona il nostro corpo. In queste antiche tradizioni c'è già la conoscenza, e si sta perdendo tempo a riscoprirle in modo “scientifico” quando forse semplicemente mettendosi in sintonia la cosa sarebbe un po' più veloce... e non c'è distinzione tra scienza e conoscenza esoterica, ma in realtà stanno andando entrambe nella stessa direzione. Ad oggi la fisica quantistica sta ribadendo queste cose, in effetti. E possiamo facilmente vedere come sono molto correlate... Per lo sciamanesimo, ed anche per il celtismo, il mondo come noi lo conosciamo, il mondo della materia è fatto dal vuoto (lo shan, il centro). Quello in cui viviamo è un mondo illusorio, “olografico”, fatto di vibrazioni...
Se noi andiamo alla sorgente, che è quella che rimane pura, scopriamo questa radice comune. Ad esempio anche nel celtismo ci sono i chakra che, a differenza della fisiologia induista sono cinque, e non sette. Il primo e il secondo chakra sono uniti e considerati uno solo; allo stesso modo il chakra della gola e del terzo occhio. Questa pare fosse in origine la suddivisione dei chakra. Tra l'altro è curioso sapere che c'è una lingua celtica, o pre-celtica, e una meditazione dinamica celtica, la Kemò-Vad, il cui nome significa “essere vento nel vento”, ovvero tornare nel vento divino, o ancora tornare nel vuoto. Tutti si vuol essere uno, si vuol essere tutto, ma in realtà questo tutto deriva da qualcosa che è niente! E questo da il la al punto di domanda su cosa siamo realmente... In più la filosofia dei popoli naturali non parte dal darsi le risposte, ma dal farsi le domande giuste: invece di partire da “cosa sono io?” parte da “dove vivo io? Cos'è ciò che ho intorno?”. È partendo da questo che riesco a capire come sono fatto io, nel contesto in cui sono. Quindi è già un modo diverso di approcciare le cose. Non ci si approccia a dio, ma alla natura, al mistero... e si cerca di carpirne qualche conoscenza.


Buona ricerca, allora. 
Parallelo alla riga # 7



Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.

                                          Socrate


martedì 24 giugno 2014

Stelle danzanti



Conversazione con Gianni Novello, conduttore della Meditazione dei Cinque Ritmi di Gabrielle Roth, Costellatore Familiare, e... gran ballerino! 







Se mi avessero detto "stasera vieni a ballare" non avrei fatto un passo. E invece ho partecipato ad una sessione dei Cinque Ritmi condotta da Gianni Novello e ho scoperto che non solo so ballare, ma mi è anche piaciuto! Perché in questa forma di meditazione dinamica la danza non consiste nell'imparare con precisione dei passi, ma nel lasciar andare le energie del proprio corpo e della propria mente in un'esperienza che diverte, commuove, scatena e pacifica.

Come ti sei avvicinato ai Cinque Ritmi di Gabrielle Roth?

Ho conosciuto la meditazione dei 5 ritmi di Gabrielle Roth, unitamente a molti altri tipi di meditazioni dinamiche, nel 2000, quando ho iniziato un training di tantra con Elmar e Michaela Zadra. Devo dire con sincerità che è una delle meditazioni dinamiche che mi piace di più e che ho approfondito e sperimentato di più durante tutti questi anni.

In che senso si parla di meditazione dinamica?

Si parla di meditazioni dinamiche in quanto il movimento, il respiro e l'esercizio corporeo sono fondamentali, al fine di stabilire un contatto e un'unione tra mente e corpo. Non dico nulla di nuovo, lo yoga ne parla da 5000 anni, eppure per noi occidentali con troppa mente, o almeno per me, utilizzare delle meditazioni dinamiche - di movimento - mi ha aiutato davvero molto ad andare oltre gli schemi e le abitudini mentali consolidate, per affidarsi più all'autenticità del corpo che a quella della mente, perché a volte la mente, ménte....

Come costruisci la tua "compilation"?
La compilation. Questa è una domanda che mi viene fatta molto spesso e potrei rispondere che non la preparo mai prima, ma a seconda del gruppo e dell'energia che ho davanti e che sento di volta in volta. Di fatto, come avrai visto, ho una serie di cd che ho comprato nel corso degli anni e che ho suddiviso per ritmo, poi a seconda del gruppo che mi trovo davanti e in base al mio sentire di ciò che ritengo che quel gruppo sia in grado di reggere, la costruisco sul momento pescando sui cd di quello specifico ritmo. Lo stesso per la durata di ogni singolo ritmo.





Il giorno seguente ho partecipato a un incontro di Costellazioni Familiari, ed è stata una scoperta interessantissima. Sebbene io non sia stato "costellato", il semplice fatto di interpretare dei ruoli mi ha fatto capire delle cose su di me e sulla mia storia a cui forse non sarei mai arrivato.

Come sei arrivato alle costellazioni?

Ho conosciuto le costellazioni familiari durante un training di tantra con Elmar e Michaela Zadra nell'anno 1999-2000, in cui si andavano ad affrontare i propri mostri interiori (questo era il titolo del corso specificio all'interno del training). Era un assaggio di scenario familiare, ma ne rimasi molto colpito e incuriosito e nel 2003 iniziai uno specifico training di formazione con l'Associazione Bert Hellinger Italia durato tre anni, in cui ho lavorato molto sul mio scenario familiare e successivamente sul come condurre.....

Quanto indietro nel tempo si può risalire durante una costellazione, e in che modo visualizzare i conflitti passati ci aiuta a comprendere i presenti e ad affrontare i futuri?

Si può andare indietro nel tempo fino a 7 generazioni. Perchè sette? Perchè ciò che è stato commesso fino a 7 generazioni può influire nelle generazioni successive e condizionare fortemente il comportamento di chi viene dopo. Se mi chiedi il perchè fino a 7 generazioni, non te lo so dire. Ma come avrai visto e mi hai sentito dire, nelle costellazioni familiari il tutto é fenomenologico, ossia avviene sempre così. Capisco che ciò sia poco scientifico, ma anche molto istruttivo per noi umani che vorremmo avere una spiegazione per tutto. In fondo dobbiamo renderci conto che a volte, senza esserne consapevoli, siamo a servizio di forze molto più grandi.... forse dovremmo semplicemente entrare in allineamento con queste forze ed entrare nel flusso della vita, e sarebbe tutto più semplice.
Come avrai visto durante la sessione, visualizzare le problematiche e i segreti passati ci aiuta non solo a comprendere, ma a vedere il tutto in un quadro molto più ampio rispetto alla nostra ottica e ciò favorisce la riconciliazione, che è ciò che la nostra anima persegue. Questo consente di non portare più i pesi del passato di cui ci facciamo carico inconsapevolmente e che appartengono ad altri, permettendoci di andare liberamente verso la nostra vita presente e futura.

Se ti dicessi che vedendo una seduta di costellazioni ho capito Shakespeare, tu che cosa risponderesti?

Che è molto interessante e che sei andato al nocciolo di ciò che succede quando si fa una rappresentazione di una costellazione familiare. La cosa interessante e che i rappresentanti sentono contestualmente l'energia e il sistema familiare di chi mette in scena ma anche se ci sono fatti e sensazioni che ci toccano perchè hanno a che vedere con il nostro scenario familiare...

Quando entriamo come rappresentanti in una costellazione familiare, diventiamo degli attori naturali e disinvolti a servizio della persona che mette in scena.... forse è questo che vuoi dire quando dici che hai capito Shakespeare... !

Parallelo alla riga # 6



       L'universo ha tanti centri quanti sono gli esseri viventi che contiene.

            Aleksandr Solženicyn,

Arcipelago Gulag 

martedì 3 giugno 2014

Touch for Healt


Conversazione con Simonetta Lisa, operatrice del metodo kinesiologico Touch for Healt.





Come sei arrivata alla Kinesiologia?

In un percorso di naturopatia, quindi erano molte le discipline a cui mi ero già approcciata. Ma quando ho partecipato alla prima lezione del corso di kinesiologia mi sono resa conto che era una disciplina totalmente diversa da quelle che già conoscevo, forse quella col taglio che mi apparteneva di più. Ho fatto prima delle sedute individuali, e poi ho continuato facendo dei corsi. Ho lavorato subito su temi che mi erano molto cari, come il rapporto coi miei genitori... sono proprio partita alla grande! Questo anche per vedere come funzionava, perché prima di appassionarmi e proporlo agli altri volevo vedere su di me che effetto avrebbe avuto.

Che differenza c'è tra la chinesiologia applicata e il Touch for healt?

Il Touch for healt ha un taglio basato sui principi della medicina cinese, quindi non soltanto di lavoro sui muscoli o sui tendini, ma considerando la persona nel suo insieme: cioè da un punto di vista fisico-strutturale, energetico, emotivo ed anche da un punto di vista chimico e nutrizionale. È un ascolto e un dialogo col corpo della persona, e tramite dei leggeri test muscolari viene anche individuata la tecnica appropriata per ristabilire l'equilibrio ed affrontare il disagio che la persona vive in quel momento.

Di volta in volta decidi quale approccio utilizzare, o li utilizzi tutti?

In kinesiologia si lavora a traguardi. Quindi la persona sceglie l'aspetto della sua vita su cui ha voglia di lavorare o per cui vuole migliorare, perché magari non è contenta di qualcosa, che può essere: un dolore fisico, quindi star meglio fisicamente, riuscire a muovere con agio un arto piuttosto che piegarsi, oppure un blocco emozionale (ad esempio “trovo sempre il compagno/la compagna sbagliata”, “non riesco ad andare d'accordo con mia suocera...”, “non riesco a guadagnare quello che voglio”...). Quindi la kinesiologia lavora su aspetti molto ampi, che riguardano proprio il soddisfacimento della persona.

Perciò anche sulle motivazioni personali...

Certo. E sull'utilizzo dei propri talenti, perché sappiamo che molte volte le persone non utilizzano i loro talenti. Il lavoro dal punto di vista chimico invece funziona così: mentre ci impegniamo a raggiungere un certo traguardo magari stiamo assumendo un alimento che ci piace, ma che in quel contesto ci impedisce (seguendo i principi della medicina tradizionale cinese anche il cibo è collegato a determinati elementi, e a determinati organi) di arrivare all'obiettivo prefissato. Per questo a volte si fanno anche dei test energetici alimentari.
Non è mai il terapeuta che decide, ma è sempre tramite questi leggeri test muscolari che il cliente sceglie la tecnica più appropriata per lui in quel momento, quindi in questo senso è anche un lavoro “ecologico”.

Come nasce questa tecnica?

Nasce negli anni '60 quando il suo fondatore, George Goodheart, scoprì quasi per caso che le risposte muscolari dei suoi pazienti (era un medico) mutavano a seconda di ciò che appoggiava al muscolo. Poteva essere un alimento, ma anche una situazione o un'emozione; la persona pensava a una cosa, e la risposta muscolare era diversa. Da quello partì tutto.

Il Touch for healt è riconosciuto?

L'Australia è il primo posto in cui è stato riconosciuto, naturalmente ci sono molte altre nazioni, ma in Italia sebbene ci sia da venticinque anni se ne sente parlare ancora pochissimo.

Perché una persona dovrebbe scegliere di fare kinesiologia?


Per migliorare certi aspetti della sua vita di cui non è soddisfatto, oppure per raggiungere dei traguardi, per superare dei blocchi emotivi o ancora, semplicemente, per essere più felice!



Parallelo alla riga # 5



A curare è l'intonazione con cui si parla al malato.


                             Josif Brodskij, 
    
       Per compiacere un'ombra